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Pubblicato il 10 luglio 2016 in News
In arrivo il "reclutamento cieco" dove il curriculum è anonimo
In Australia lo sperimenteranno una serie di grandi aziende

In Australia se hai un nome e un cognome italiano per riuscire a strappare  un colloquio di lavoro in media devi inviare un 12% di curriculum in più rispetto a chi ha un nome e un cognome anglosassone. E va ancora bene. Perché se le tue generalità sono tipicamente mediorientali devi trasmetterne almeno un 64% in più e se tradiscono invece che sei originario della Cina la quota sale al 68%. A rivelarlo qualche tempo fa fu uno studio di Andrew Leigh, un docente di economia.

 

Shaojie Wu è una giovane donna cinese che vive a Melbourne, ha due figli e un marito importante. Si chiama Robin Scott ed è ministro delle Finanze e degli Affari Multiculturali dello stato federale di Victoria. Finché Shaojie nei curriculum ha utilizzato il suo nome di battesimo non c’è stato verso di essere convocata per un colloquio. Come ha sostituito Shaojie con Jade le sue candidature sono state magicamente prese in considerazione. Alla luce di questa esperienza, il consorte si sta impegnando perché il maggior di aziende nel paese dei canguri adottino il cosiddetto “blind recruitment”, cioè il reclutamento cieco. E in via sperimentale già 29 grandi organizzazioni del settore privato e pubblico hanno sottoscritto un accordo in tal senso.

Cosa significa? Che nei curriculum che esamineranno ad esempio i selezionatori della Westpac, la principale banca australiana, o la Dow Chemical, uno dei colossi della chimica, non figureranno – perché verranno nascosti – dati identificativi come nome, età o sesso del candidato. L’obiettivo è di evitare che pregiudizi, consci o inconsci, condizionino i selezionatori almeno nella prima fase di screening delle candidature.

 

Storicamente il “blind recruitment” fu utilizzato nel lontano 1980 dalla Toronto Symphony Orchestra, che all’epoca era formata da musicisti esclusivamente maschi e bianchi. I candidati alle audizioni sostennero i loro provini dietro ad uno schermo che impediva a chi doveva valutarli di vederli, per cui il giudizio era esclusivamente basato sull’esecuzione dei brani. Ne uscì una formazione composta per il 50% da donne e con un’infinità di etnie rappresentate.

SCRITTO DA
Ugo Ravaioli

Ugo Ravaioli

Ugo Ravaioli, forlivese, giornalista professionista e scrittore, ha lavorato per oltre trent'anni a "Il Resto del Carlino", dirigendo varie redazioni provinciali. Oggi la sua attività è rivolta alla comunicazione d'impresa e alla manualistica aziendale. È autore inoltre del libro umoristico "Né Paco né Willy figuravano tra questi".
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