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Pubblicato il 20 maggio 2016 in Consigli
La nostra ambizione? Unire i destini di aziende e talenti "speciali"
A tu per tu con Federica Broccoli, responsabile di OSM Lavoro

Non c’è dubbio che il successo di un colloquio di lavoro dipenda da quello che Erving Goffman, considerato il più influente sociologo del secolo scorso, definì l’impression management, cioè la capacità che un individuo ha di gestire l’impressione che di sé suscita negli altri. Eccessivamente mitizzata tuttavia è la cosiddetta prima impressione. A dar retta a certi studi, addirittura già le prime 12 parole pronunciate da un candidato orienterebbero in un senso o nell’altro la valutazione di un recruiter. Certo, partire col piede giusto aiuta. Ma l’impressione che veramente conta non è quella che il candidato fornisce quando si presenta ma quella che su di lui si è definitivamente formata quando si congeda. 

 «Personalmente trovo fuorviante – avverte in proposito Federica Broccoli, responsabile di OSM Lavoro, per una volta nel ruolo di intervistata anziché di intervistatrice  – farsi condizionare dalla prima impressione, così come da eventuali pregiudizi. È normale, per capirci, che al primo impatto un soggetto estroverso sappia porsi meglio rispetto a un introverso. Ma, a meno che non si tratti di assumere un animatore per un villaggio vacanze, ciò non può costituire un punto decisivo a suo favore».

                Insomma, a volte l’apparenza inganna...

«In genere all’origine di una scelta non azzeccata c’è un criterio sbagliato che l’ha viziata. Uno degli errori che definisco fatali è assumere “a pelle”, fidandosi troppo delle sensazioni. L’intuito è una gran bella cosa ma per l’80% il felice esito di un processo di selezione è legato al metodo adottato e alla correttezza delle procedure applicate. È in sostanza una questione di know how. La durata di un colloquio di lavoro mediamente si aggira sull’ora, già un tempo relativamente breve per capire a fondo chi hai davanti. E lo è ancor di più se si resta in superficie, se ci si ferma alla confezione, all’involucro. Appunto all’apparenza, che non è un elemento oggettivo. Oggi ad esempio sul mercato del lavoro c’è richiesta soprattutto di figure commerciali e di sicuro quella dei venditori è una categoria piuttosto smaliziata se si tratta di  affrontare un colloquio. Non è però sulla capacità scenica che possono fondarsi un giudizio e una scelta».

                Non restare in superficie significa che una delle chiavi di un colloquio di lavoro è quella che gli americani chiamano la “disclosure”. Ossia l’abilità del selezionatore di scoprire gli aspetti cruciali su cui indirizzare la sua scelta ma di pari passo pure l’abilità del candidato stesso di svelarli e metterli in luce.

«Assistendo o partecipando ai nostri colloqui, molti imprenditori manifestano sorpresa per la quantità di informazioni utili ai fini della valutazione che un professionista del ramo riesce a far affiorare. “Assumere è difficile, è come trovare un ago in un pagliaio” ebbe a dire Steve Jobs in un’intervista concessa nel 2008 al magazine Fortune. Nelle grandi aziende di questo c’è ormai piena consapevolezza ma ce n’è ancora ben poca nei titolari di piccole e medie imprese. Prevale la convinzione che sia più produttivo far da sé. Capita perfino di imbattersi in chi sostiene che a lui basta guardare negli occhi un candidato per rendersi conto se è la persona giusta. Soltanto dopo che ci è scottati si finisce per ricredersi. Un  direttore commerciale anni addietro si ostinò ad inserire nella forza vendita un paio di agenti benché io glielo sconsigliassi vivamente. Dopo che i fatti mi hanno dato ragione è diventato uno dei miei clienti abituali».

                In quell’intervista a Fortune, Jobs raccontò anche che ha sempre spiazzato i più di 5 mila candidati che si è trovato ad esaminare domandando loro bruscamente e a muso duro: “Che ci fai qui?”.

«In un colloquio di lavoro ci sta che episodicamente passi in seconda linea il bon ton e ci si conceda qualche domanda provocatoria. È un modo di studiare come un individuo reagisce di fronte ad un imprevisto o sotto pressione. Perché nel mondo del lavoro non sono tutte rose e fiori. Credo tuttavia che più si riesce a mettere il candidato a proprio agio, più si guadagna in franchezza».

                La infastidiscono le bugie?

«Qualche bugia è da considerarsi pressoché fisiologica, in particolare quando capita di chiedere per quali motivi un candidato ha interrotto un precedente rapporto di lavoro. Ciò però che davvero mi infastidisce sono l’arroganza, la supponenza, la spocchia. Traspaiono da quei tipici e indisponenti gesti di insofferenza che vogliono significarti “ma lo capisci o no che sono il meglio che c’è in circolazione?”».

                A proposito di scelte, dal punto di vista professionale la sua è stata piuttosto impegnativa.  Trasferire il centro della sua attività da Bologna, dove tuttora risiede, a Milano le renderà decisamente più complicato conciliare tempi di vita e  di lavoro. Cosa l’ha spinta?

«Mi ha affascinato il progetto coinvolgente e innovativo che sta alla base della nascita di OSM Lavoro. CareerBuilder, che è il maggior operatore statunitense nel settore, dichiara come mission “potenziare l’occupazione”. La mission che noi ci siamo dati è per certi versi ancora più ambiziosa: vogliamo unire dei destini. I destini di aziende che vogliono crescere e i destini di talenti che vogliono affermarsi. È una sfida che affrontiamo con la consapevolezza di avere alle spalle una società di consulenza il cui motto è che a generare il capitale economico è il capitale umano».

                Non c’è un pizzico di utopia?

«Guardi, mi viene in mente una selezione per un responsabile tecnico in campo informatico che abbiamo chiuso lo scorso anno. Fra il titolare dell’azienda che l’ha commissionata e il professionista individuato per coprire quella posizione si sono sviluppate un’identità di vedute e un’unità di intenti assolutamente straordinarie.  Ciascuno dei due ha trovato una sorta di alter ego  e l’azienda ha beneficiato di una formidabile spinta propulsiva. Lì davvero si sono uniti due destini: si è creata quella magica tensione che anima due compagni di viaggio protesi a raggiungere mete che magari prima di incontrarsi erano impensate. Si dice che c’è sempre un sogno dietro un successo imprenditoriale. E più un sogno è grande più è lecito che contenga anche una dose di utopia».

 

SCRITTO DA
Ugo Ravaioli

Ugo Ravaioli

Ugo Ravaioli, forlivese, giornalista professionista e scrittore, ha lavorato per oltre trent'anni a "Il Resto del Carlino", dirigendo varie redazioni provinciali. Oggi la sua attività è rivolta alla comunicazione d'impresa e alla manualistica aziendale. È autore inoltre del libro umoristico "Né Paco né Willy figuravano tra questi".
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